Da bambino la mia più grande passione era l’altalena.

Quell’attrezzo mi piaceva perché stimolava , forse come nessun altro gioco, la mia fantasia, e quando riuscivo, dopo non poche battaglie (a quell’epoca i bimbi erano molti e le altalene poche) ad impadronirmi di quel seggiolino, decollavo con la mente per un volo fantastico, che non avrei voluto fosse mai finito.

Nei miei sogni di bambino le funi che reggevano l’assicella salivano fino al cielo e come per magia iniziavo a salire nell’azzurro. La terra sotto di me si allontanava velocemente e rimanevo da solo, a contemplare panorami vastissimi che spaziavano dalle montagne al mare. Sorvolavo paesi, strade, corsi d’acqua, talvolta entravo in qualche nuvoletta ed il seggiolino ballava un po’, poi il volo ritornava tranquillo e sicuro. In lontananza vedevo i miei amici, anche loro seduti su altalene  magiche come la mia. Li salutavo, con un cenno della mano, poi con loro iniziavo una gara a chi saliva più in alto…Purtroppo il tempo è tiranno. Una volta cresciuto dovetti presto ricredermi e tornare con i piedi per terra. Scoprii il mondo, ma persi la fantasia e di conseguenza i miei voli finirono per sempre.  

O almeno così credevo…  

Perché superati i quaranta anni mi trovai improvvisamente ancora una volta seduto su un’altalena. Questa volta l’assicella era più comoda, imbottita e rivestita, ma era pur sempre un’assicella, dalle cui estremità partivano due funi le quali non erano ancorate ad una struttura piantata sul terreno,  bensì ad un grande e leggerissimo fiore di tessuto.

E come nella mia fanciullezza bastò una spinta, una piccola corsa per essere seduto sull’altalena e riprovare le emozioni di tanti anni fa.  Guardai sotto di me, e come allora, mi resi conto che la mia altalena stava volando. Scorsi i paesi, i campi coltivati, le strade, i fiumi ,come in un plastico meraviglioso che si perdeva all’orizzonte. Di fianco a me vidi  ancora una volta i miei amici, e come allora volli salutarli con la mano. Poi la mia altalena magica iniziò a disegnare nel cielo ampie spirali e come un rapace iniziai a salire, fino a ritrovarmi oltre le cime dei monti. 

 

Ma giunse il momento di tornare a terra. L’altalena iniziò una lenta discesa fino a raggiungere un prato verdissimo sul quale mi adagiò dolcemente. Il grande fiore di tessuto si chiuse all’improvviso, quasi sparì appoggiandosi al suolo.

Capii che si era compiuto un prodigio: improvvisamente ero ritornato bambino. Decisi che non avrei mai più lasciato la mia altalena magica e da allora dedico a lei ogni momento libero, e ad ogni volo l’emozione è pari alla prima volta. Ho imparato a volare, e non più solo con la fantasia. La mia altalena, attrezzo semplicissimo che permette cose straordinarie ha un nome: parapendio.

                                                                                                                                      Marco

Chi sono i piloti di parapendio?

E’ forse più facile dire chi non sono.

Non sono persone dal fisico bestiale, non sono superuomini, non sono gradassi esibizionisti, non sono  pazzi che amano il rischio ad ogni costo .

Sono persone comuni che vivono e lavorano, che amano la  natura e la rispettano, che amano il silenzio e sanno talvolta apprezzare anche la solitudine.

Sono forse dei sognatori, degli eterni bambini che sanno entusiasmarsi per il volo di una poiana e rimangono estasiati di fronte ad un tramonto luminoso

Amano la vita ed amano il mondo. Sono convinti che, nonostante tutto, questo mondo sia bellissimo e sanno che, visto dall’alto, tutto appare migliore.Amano il sole, il cielo sereno e pensano che non esista cosa peggiore di un weekend di pioggia.

Amano la compagnia, amano ritrovarsi la sera, magari  intorno ad un tavolo imbandito e condividere le emozioni della giornata di fronte ad un bel piatto di pasta e ad un buon bicchiere di vino.

Sono persone semplici e comuni, che hanno scoperto lo straordinario segreto che per secoli l’uomo ha inseguito: volare soltanto con le proprie forze.

 

 

Gli albori: un fondatore ricorda....

Agosto 1994, conca del Prà.  I primi gonfiaggi con la scuola di Agostino, una tragedia!  Il maledetto 12 cassoni che mi era stato assegnato non voleva saperne di gonfiarsi e salire diritto...

Dopo la prima giornata di goffi tentativi avevo gli avambracci spelacchiati per il continuo sfregamento contro le ruvide bretelle di quell’informe ammasso di tela marcia...

Alla sera, nell’accogliente rifugio Jervis il buon Agostino tentava di inculcare nelle nostre zucche impermeabili i primi rudimenti di teoria: pressione statica, dinamica, adiabatica secca, gradiente termico verticale...

Il primo volo alto lo feci alla Sarsenà, prima in biposto, poi da solo col Billiard, completamente radiocomandato, si atterrava nel campo di Catalin dall’altra parte del Pellice, in mezzo a pioppi moooolto alti!

Com’è, come non è, nel mese di novembre mi ritrovai pronto per l’esame, che superai felicemente a Bergeggi con l’esaminatore Calabresi che per fortuna non fece troppo caso alla precisione dell’atterraggio, avvenuto a notevole distanza dal punto prefissato.    Si poneva ora in Valle il problema di gestire gli atterraggi, visto che Catalin non ne voleva più sapere di vedere gente che atterrava nel suo campo e lo stesso avveniva a Blancio, con relativi litigi, e a volte inseguimenti del sottoscritto, che come tutti sanno, è una preda ambita dei contadini incazzosi.   Non migliore era la situazione dei decolli, per i quali non c’erano permessi di transito e spesso giocavamo a rimpiattino con la Forestale che ci tendeva agguati per poterci appioppare la multa.    Nacque così l’idea di fondare un club per meglio gestire la situazione.   Venne fuori che un club c’era già e si chiamava “Nembo Club”, costituito da molto tempo, al tempo dei pionieri del deltaplano ed all’epoca praticamente inattivo.   I contatti con i soci fondatori per rivitalizzare il club con una robusta immissione di parapendisti dettero iniziali risultati positivi, ma quando si trattò di entrare nella “stanza dei bottoni”, cioè formare un Direttivo composto anche da parapendisti in attività, la chiusura fu totale: i Soci fondatori non si toccano, il direttivo resta così com’è.   Era il 1995, urgeva fondare un club completamente diverso rispondente alle nuove esigenze dei parapendisti.   Iniziammo a fare riunioni su riunioni nella saletta del Soccorso Alpino e la scelta più difficile fu quella del nome.  Una notte ebbi un’idea, forse sognando qualche cena da Elmer: “Vol au vent”, un misto di gastronomia, leggerezza, ironia ed esotismo.

Nella successiva riunione la mia proposta ebbe largo seguito e con mia grande soddisfazione, quello fu il nome adottato dal nuovo club.

Il più era fatto, il resto era burocrazia: la sera del 22 settembre 1995 ci trovammo in ventisei persone e firmammo l’atto costitutivo. Farà piacere ricordare chi c’era:

Mauro Suppo, Elmer Michelin Salomon, Tullio Guazzotti, Evelyn Tronnolone, Ugo Boulard, Renato Giachero, Giovanni Odin, Marco Bellion, Rolando Pennucci, Albino Rostan, Guido Castellaro, Daniele Orsina, Daniela Melli, Elio Melli, Angelo Meitre, Marco Long, Daniele Giusiano, Rossana Maurino, Gianluca Mura, Roberto Comba, Maurizio Salvagiot, Enrico Aglì, Armando Pittavino, Luca Prochet, Roberto Boulard, Giampiero Vigna. 

Il primo Presidente fu Mauro Suppo ed il vicepresidente Tullio Guazzotti. 

 

Tullio, febbraio 2004